La sovranità appartiene al popolo?

L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. Il potere appartiene al popolo che lo esercita  nelle forme e nei limiti della Costituzione1. L’inciso “il potere appartiene al popolo” riempie il cuore di gioia e sembra non aver reso vana la lotta partigiana per la liberazione dall’oppressione fascista. I limiti dell’esercizio del potere da parte del popolo, aggiungo io, sono molto stringenti, tanto da comprimere oggettivamente le scelte dei cittadini. Formalmente il popolo esercita il potere attraverso il diritto di voto, nella sostanza quel diritto, che esprime la volontà del singolo rispetto al suo futuro e della collettività, viene precluso dalle funzioni esercitate, senza vincolo di mandato (v. art. 67 Cost.), da ogni singolo parlamentare; il popolo, id est, delega altri ad esercitate il potere che gli appartiene senza la certezza che il rappresentante non agisca in conflitto d’interessi col rappresentato. Non solo, le scelte compiute dal rappresentante hanno la caratteristica d’incidere direttamente, attraverso le fonti del diritto, nella sfera giuridica di ogni singolo elettore. 

Tralasciando, per brevità, il referendum abrogativo, la petizione popolare e l’iniziativa legislativa del popolo (v. artt. 75, 50, 71 Cost.), viene da chiedersi perché il potere ex art. 1 Cost. non può essere esercitato dal cittadino partecipando direttamente alla formazione delle leggi che verrà chiamato a rispettare? Se l’«Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro», e se per democrazia s’intende «potere del popolo», quale scelta potrebbe essere più corretta della democrazia diretta? In una realtà di assoluta sfiducia verso la classe politica, spesso inadatta, priva di cultura e di qualsiasi preparazione atta ad affrontare e risolvere le necessità primarie dei cittadini, l’esercizio della democrazia diretta parrebbe la soluzione ai mali che affliggono il nostro Paese. D’altronde, chi meglio del diretto interessato conosce le necessità incombenti, i progetti, le aspirazioni e le speranze per il suo futuro2? Perché affidare il proprio potere a chi cambia idea ad ogni stormir di fronda? Rousseau, nel contratto sociale, afferma che «la volontà generale è la sola a poter dirigere le forze dello Stato secondo lo scopo per il quale è stato istituito, ossia il bene comune», «ed è unicamente sull’interesse comune che la società deve essere governata». Ecco perché la sovranità, che s’identifica con la volontà generale, è inalienabile e indivisibile, perché il potere collettivo «non può essere rappresentato che da se stesso: si può trasmettere il potere ma non la volontà»; «infatti o la volontà è generale o non lo è; o è quella del popolo come corpo, o è quella di una sola parte».

L’art. 49 della Costituzione attribuisce ai cittadini il diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale; la norma è l’esplicazione del più generale diritto di associazione riconosciuto dall’art. 18 Cost. I partiti, attraverso le sedi presenti sul territorio, aprono un canale di comunicazione diretto tra governanti e governati, con il precipuo scopo di dare una soluzione politica ai problemi sociali, spesso irrisolti da decenni. Quando i partiti diventano gruppi chiusi, privilegiati e staccati dalla realtà sociale, la funzione di collante tra rappresentati e rappresentanti viene meno e si acuisce la distanza tra i bisogni reali del popolo e le scelte del governo. Ricordo, ad esempio, che le inchieste giudiziarie degli anni 90, meglio note come “Mani pulite”, misero in luce un vasto e abituale sistema di corruzione che coinvolgeva i partiti e illustri personaggi politici, creando l’ulteriore e definitivo allontanamento dei cittadini dalla politica. Episodi di corruzione e malgoverno sono tutt’ora diffusi e spesso, anche coloro che hanno subito condanne e dovrebbero essere allontanati da ogni incarico, escono dalla porta e rientrano dalla finestra. Clientelismo e familismo sono, molto spesso, la regola. Altro che premiare il merito e le capacità: per fortuna nel nostro Paese i poveri mangiano meglio dei ricchi, purché non bevano tanta acqua, che fa male.

La democrazia diretta è la soluzione dei mali che affliggono l’Italia? Molti ritengono che lo sia, ma chi ha deciso di farsi rappresentare da taluni politici, pur conoscendo la loro storia, non è più saggio dei rappresentanti. E’ sufficiente leggere l’accozzaglia di post pubblicati online, a commento degli articoli dei giornali o dei video sui social media, per comprendere che la democrazia diretta sarebbe una catastrofe. In Italia circa 1/3 degli adulti è analfabeta funzionale, cioè, ha difficoltà ad utilizzare efficacemente le abilità di lettura e scrittura, con la conseguente incapacità di capire e valutare ciò che legge; si aggiunga una diffusa avversione verso la lettura ed il continuo indottrinamento dei mass media, percepito dai più in modalità acritica. Faccio due esempi: per comprendere la gravità della decisione di un Presidente del Consiglio che, in tale veste, si reca in aeroporto per accogliere un ergastolano, proveniente dalle galere di un altro Stato perché condannato per omicidio, è sufficiente un QI medio; ugualmente per indignarsi alla notizia che uno stupratore libico, anche di bambini, catturato dalla Polizia di Stato in seguito ad un mandato d’arresto della Corte penale internazionale, è stato successivamente liberato e riaccompagnato a casa a spese dei contribuenti. Entrambi i fatti sarebbero sufficienti per bandire i/la responsabili/e dalla scena politica nazionale, nel primo caso perché non si è compreso quali meriti abbia l’omicida per essere stato accolto personalmente, al suo rientro dalle galere Statunitensi a quelle della terra natia, dal Capo del Governo; nel secondo caso perché il rilascio di un torturatore/violentatore è incomprensibile umanamente e giuridicamente, oltre a discostarsi dalle dichiarazioni del medesimo Presidente del Consiglio circa la volontà di perseguire i trafficanti di esseri umani in tutto il globo terracqueo. Eppure i fondamentalisti della tastiera, ma non solo, avanzano affannose e grottesche giustificazioni prive di qualsiasi caposaldo, perché vivono la politica come una partita di calcio o un dogma religioso. Non è, invece, una questione di colori politici da difendere, ma della valutazione dell’operato del singolo delegato e della sua capacità di rivestire quel ruolo. Ecco perché, davanti alla contestazione dell’inettitudine di alcuni politici, rispondere:«perché gli altri (partiti) cos’hanno fatto?», è da ignoranti. Gli altri possono aver sbagliato, anzi, la storia della Repubblica è costellata di realtà indicibili, ma questo non autorizza o giustifica alcuno a perseverare nell’errore, a farne di nuovi, oppure a raccontare fandonie sull’operato del Governo.

Riprendendo dalla democrazia diretta, se la Costituzione italiana attribuisce il potere al popolo, allora non è ammissibile alcuna distinzione tra deleganti e delegati, i primi, infatti, dovrebbero avere il potere di ritirare la delega con contestuale decadenza del delegato. In Italia accade l’esatto contrario, il delegato agisce come meglio crede. L’art. 160 della Costituzione portoghese, rubricato «Perda e renúncia do mandato», recita:«Articolo 160 (Decadenza e dimissioni dall’ufficio) 1. I deputati decadono dall’ufficio se: a) sono colpiti da una delle incapacità o incompatibilità previste dalla legge; b) non siedono in Assemblea o superano il numero di assenze stabilito dal Regolamento; c) sono iscritti a un partito diverso da quello per il quale sono stati candidati alle elezioni; d) sono stati condannati giudizialmente per un reato che comporti responsabilità nell’esercizio delle loro funzioni, punibile con tale pena, o per partecipazione a organizzazioni razziste o che abbracciano l’ideologia fascista. 2. I deputati possono dimettersi dall’ufficio mediante dichiarazione scritta». Agire senza vincolo di mandato, per il parlamentare italiano, vuol dire non tener conto delle indicazioni degli elettori e avvalersi del diritto di discostarsi dalle indicazioni del gruppo parlamentare di appartenenza, dando vita al cosiddetto trasformismo, fenomeno che peggiora ulteriormente il rapporto tra la politica e cittadini.

La democrazia diretta richiede una partecipazione consapevole e una forte capacità critica, spinta dalla volontà di studiare, d’informarsi e di vagliare più fonti. Il mio professore di letteratura italiana portava in classe, periodicamente, diversi quotidiani. Dopo aver letto più articoli sullo stesso argomento c’invitava a discutere sulla differente opinione dei giornalisti. Nella maggioranza dei casi si percepiva la volontà d’influenzare l’opinione pubblica nel rispetto della volontà dell’editore. I giornali che agiscono su impulso del padrone raccontano una realtà artificiosa, modificata a proprio piacimento o tendente a denigrare l’avversario. Ricordo, tra le tante, la vergognosa “notizia” dei calzini turchesi del giudice Mesiano – della sentenza civile sul lodo Mondadori – trasmessa da una rete TV privata. Si pensi, ancora, alle promesse elettorali dell’attuale Governo Meloni, tutte ampiamente disattese, sulle quali la maggior parte del mezzi di comunicazione di massa tacciono o raccontano falsità o verità parziali. Davanti a tanta disinformazione non rimane che sentire più voci, soprattutto quella poche indipendenti, per avere un’idea propria della realtà; questa era la lezione che il prof. Casula voleva trasmetterci.

La democrazia diretta, concludendo, pretende che il popolo senta il dovere d’istruirsi, di conoscere e di valutare criticamente ogni informazione che riceve. Solo così sarà in grado d’esprimere coscientemente il potere che gli attribuisce la Carta costituzionale. Ecco perché attualmente, a mio avviso, nel nostro Paese la democrazia diretta sarebbe un male peggiore di quella rappresentativa. Non si può affidare il potere decisionale, e il destino della Nazione, a milioni di analfabeti funzionali che ripetono, come l’eco che risuona tra i monti, ciò sentono al bar dello sport. Si pensi, ad esempio, al referendum ex art. 138 Cost., sul quale saremo chiamati a pronunciarci a breve; quanti italiani conoscono le differenti funzioni esercitate da pubblici ministeri e giudici? Quanti sono in grado di comprendere che la riforma approvata dal Parlamento non cambierà di una virgola i problemi della giustizia? Quanti andranno a votare inebetiti dagli slogan del proprio partito di appartenenza? Mancanza di risorse, lunghezza dei processi, carenza di personale, ecc., continueranno a incidere sui cittadini, sugli investimenti e sull’economia. La pseudo riforma della giustizia è solo un’operazione spregiudicata di propaganda elettorale ed è «innegabile che l’esecutivo abbia ovunque la propensione a cooptare il resto dei poteri provocando l’ammalarsi delle nostre democrazia»4.

La famiglia, la scuola e la società civile devono e possono, collaborando tra loro, far crescere generazioni consapevoli del loro ruolo all’interno della comunità. L’istruzione rimane, sempre, l’arma più potente contro ogni abuso di potere del don Rodrigo di turno e dei tanti don Abbondio. Rammento la frase di un politico sardo, Pozzomaggiorese, che amava ripetere, erano i tempi immediatamente successivi alla fine della seconda guerra mondiale, che è meglio dare un pezzo di pane in meno ai propri figli pur di non negargli la possibilità di studiare, ossia, la sovranità appartiene al popolo, ma la sua piena efficacia dipende dalla sua piena consapevolezza. Perché? Perché nessuno dovrebbe piegarsi ad una frittura di pesce.

 

1 – art. 1 Costituzione italiana

2 – Francesco Pallante,  Contro la democrazia diretta, Giulio Einaudi editore, Torino, 2020, pag. 3.

3 – https://pagellapolitica.it/fact-checking/no-questa-legislatura-non-ha-il-record-di-cambi-di-casacca, 14 ottobre 2025, ore 20.09

4 – Jose “Pepe” Mujica, Non fatevi rubare la vita, a cura di Cristina Guarnieri, Lit Edizioni Srl , Roma, 2019, pag. 19.

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