Perché tutta questa messinscena?
Oggi per i cristiani è un giorno speciale, si dice che Gesù sia risorto. Cos’è la resurrezione? Idealmente è il ritorno alla vita dopo la morte cellulare, in realtà è una favola nata per sopperire alla paura atavica del trapasso. Chi vuole morire e diventare cibo per i vermi? O un ricordo che col tempo sbiadisce e scompare? Il ritorno alla vita è un sogno irrealizzato che ha attraversato la storia umana legandosi, sempre, all’improbabile intervento di un essere supremo. La morte è la fine, il nulla che conclude una vita, che secondo il cristianesimo ci viene donata da Dio per poi esserci tolta e successivamente restituita, se facciamo da bravi. Ma riaverla è complesso, non è come fare la spesa al supermercato, ci sono delle norme da rispettare, poche, alcune contraddittorie: i dieci comandamenti. Poi c’è il catechismo della Chiesa cattolica, con assurdità come la «virtù della castità», che «comporta l’integrità della persona e l’integralità del dono». Il sesso, una ossessione perenne.
Nell’odierno Corriere della Sera c’è un articolo di Gian Guido Vecchi, vaticanista, che spiega il vero significato della parola risorto dal punto di vista teologico. Prima di proseguire ricordo che la teologia, occupandosi dello studio del nulla, può inventare ciò che vuole. Ciò premesso, il vaticanista afferma, richiamando Joseph Ratzinger, che la resurrezione non è un ritorno alla vita biologica. E’ una vita nuova, una nuova dimensione che esula dal miracolo del corpo rianimato, che «non ci interesserebbe affatto». Ci sarà un «salto di qualità» una «nuova dimensione dell’essere uomini», «verso una vita non più soggetta alla legge del morire e del divenire». Non è dato sapere dove ci porterà questo salto, tra qualche centinaio di anni, forse, avremo delle precisazioni.
La resurrezione è il cuore del cristianesimo, senza questa speranza cade l’intera impalcatura, tutto diventa vano, compresa la fede in Cristo. Afferma Paolo nella prima lettera ai Corinzi (1 Cor, 15, 3-5):«Vi ho trasmesso quello che anch’io ho ricevuto: Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e fu sepolto. È risorto il terzo giorno secondo le scritture e apparve a Cefa e quindi ai Dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli (…) Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede».
Ora, appurato che un fatto storico è un accadimento reale del passato, studiato, accertato e documentato, rispondo alla messinscena che parte dal battesimo e si conclude con la morte e resurrezione, con le parole di un cattolico, non uno qualsiasi, bensì un monsignore, già docente di origini cristiane alla Pontificia Università Lateranense: «Io stesso, però, sostengo che la risurrezione di Gesù non può essere qualificata come evento storico, essendo invece storico il dato della fede dei discepoli in lui risorto1». «Fede che si è gradualmente sviluppata, decenni dopo, perché «gli strati più antichi della narrazione non comportano storie di apparizioni del risorto e non sembra stato sempre necessario per la fede cristiana il credere in ciò che è riportato dai suoi strati più recenti. C’erano cristiani (ndr. anche) prima di queste invenzioni»2. Con buona pace della resurrezione.
Franco Tommasi, Non c’è Cristo che tenga – Silenzi, invenzioni e imbarazzi alle origini del Cristianesimo – Manni Piero s.r.l., Susan CEsario di Lecce, 2014, pag. 306.
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