Generale Cosacca don Venni – Iª

Ero bambino quando vidi per la prima volta un generale dell’esercito. Era scuro in viso, direi olivastro, non molto alto, longilineo e goffo nei movimenti, mi ricordava un mio amico marocchino. A dire il vero, adesso ricordo, aveva le braccia molto lunghe rispetto al corpo e gesticolava continuamente mentre dava ordini ai soldati. Rimasi stupito dalla bellezza della sua divisa, uguale al colore della terra del mio giardino, dai guanti neri e dalle scarpe, lucidissime. La giacca, all’altezza del cuore, era piena di piccoli rettangoli colorati. Lo guardai con ammirazione, insistentemente, anche se lui non mi degnò della minima attenzione. Non seppi subito che si trattava di un generale, però mi diede l’idea di una persona importante perché tutti quelli che gli passavano vicino lo salutavano con deferenza, come facevano gli anziani del mio paese con il sindaco e il prete. Immaginai che avesse una grande esperienza, magari fatta in paesi lontani al comando di truppe speciali, di uomini forti come quelli che, nella famosa pubblicità di un dopobarba, non devono chiedere mai niente a nessuno.

Mi trovavo li per caso, mio padre mi portò con lui perché, mi disse, avremmo partecipato ad una festa. Un giuramento di fedeltà alla Repubblica Italiana, che io, all’età di otto anni, non sapevo cosa fosse. Qualche centinaio di ragazzi, tutti con la divisa uguale a quella del generale, erano schierati davanti a noi. Sembravano degli alberi ben allineati tanto erano immobili, con i loro fucili di legno e acciaio e il berretto calato sulla fronte quasi a toccare le orecchie. Io e mio padre, insieme a un centinaio di persone ben vestite, eravamo sopra un grande palco montato per l’occasione. Tutti avevamo il posto a sedere e godevamo di un’ottima visuale sulla grande piazza in cemento. Era presente anche un sacerdote, appena lo vidi mi ricordai di Adamo ed Eva. La storia del paradiso terrestre destava, già allora, i miei dubbi, non capivo il perché Dio si fosse arrabbiato con i nostri progenitori per una sola mela, dato che, a casa mia, ne avevamo ceste intere e tutti le mangiavamo senza senso di colpa.

Subito dopo il giuramento delle reclute prese la parola il generale Cosacca don Venni. Sguardo fiero, ritto sul predellino in legno, fece un breve saluto alle autorità civili, militari e religiose presenti alla cerimonia. Dopo aver richiamato il dovere di fedeltà dei militari alla Repubblica Italiana e alla Costituzione, espose i pericoli che avrebbero affrontato per amore della Patria e della società. Li individuò nei graffitari, negli affetti da sterilità o infertilità, nei ladri di polli, nei disoccupati, nelle minoranze e negli extracomunitari. Esiste una normalità, disse il generale, che vogliono stravolgere, antiche certezze consolidate che pretendono di cancellare in nome della modernità che avanza. Un lavaggio del cervello giornaliero, proseguì, volto a rimuovere la differenza tra uomo e donna, tra razze, coppie omosessuali ed eterosessuali, meritevoli e lavativi, occupanti legittimi e abusivi. Un assalto alla normalità, urlò, inammissibile, giustificato dalla volontà di far prevalere il marginale sull’essenziale. Ci vuole buonsenso, concluse con voce roca, inteso come senso comune.

Il viso del generale, l’unica parte non coperta del suo corpo, destava la mia curiosità, tanto che pensai di alzarmi ed andare a toccarlo per vedere se la sua pelle fosse più o meno rugosa della mia. Non lo feci, ma chiesi a mio padre perché il generale avesse il viso così scuro, le braccia lunghe e l’aspetto così diverso dal nostro. Papà, da sotto i suoi capelli biondo platino, mi rispose frettolosamente e io non capì, ricordo solo che accennò all’acido desossiribonucleico con forte influenza africana. Per me il colore di quella pelle verde oliva rimaneva un mistero rispetto alla mia pelle bianco latte e ai capelli biondicci. Il giorno dopo, rientrato a scuola, feci la stessa domanda alla mia maestra. La sua risposta fu molto esaustiva. Mi parlò d’integrazione e del fatto che gli esseri umani sono tutti uguali a prescindere dal colore della pelle, aggiunse che, probabilmente, ritornando indietro nel tempo di molte generazioni, il generale avrebbe scoperto che i suoi avi erano africani. Gli chiesi dei tratti somatici del generale e della loro italianità. Mi rispose che non esistono tratti somatici di tal genere, che la nostra penisola è stata abitata da popoli provenienti da numerose parti del mondo e che noi siamo il frutto di una perenne evoluzione, dell’incontro di genti diverse, anche culturalmente. Le chiesi, allora, se nelle vene del generale c’era anche qualche goccia di sangue africano? Certo Mohamed, mi rispose la maestra, sicuramente c’è. 

 

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